Gli ultimi guaiti del “Chien Andalou”
di Alessandro Fantini
di Alessandro Fantini
“L’altra notte ho sognato un’infinità di formiche che mi salivano su per le mani!”
“Dio mio, io ho sognato d’aver tagliato l’occhio di qualcuno!”Luis Bunuel, Dei miei Sospiri Estremi 1980
“(…) Pensiamo che il pubblico che ha applaudito “Un Chien Andalou” è un pubblico abbruttito dalle riviste e dalle “divulgazioni” d’avanguardia, che applaude per snobismo tutto ciò che gli sembra nuovo e bizzarro. Non ha compreso il contenuto morale del film, che è indirizzato direttamente contro quel pubblico con una violenza e una crudeltà totali”
Anno 1929. Numero 39 della rivista barcellonese “Mirador”. Sulle sue pagine il giovane Dalì confutava con forbita acribia l’entusiastico responso riscosso dal film al quale aveva lavorato per circa una settimana insieme a Bunuel nella molteplice veste di sceneggiatore, comparsa e curatore degli effetti speciali. L’attore protagonista Pierre Batcheff, dedito a sniffare etere durante il corso delle riprese finanziate con le elargizioni della madre del regista, moriva suicida a pochi giorni dall’ultimazione dell’opera. La sua scomparsa racchiude in sé i caratteri propri della necrotizzata fortuna di questo metraggio di appena 17 minuti, film così oscuramente seminale quanto dimidiato nella difficoltà di sceverarne le aree di paternità artistica, tale da sancire l’acme e la fine del sodalizio tra il regista ed il pittore iniziato all’epoca degli studi nella Residencia di Madrid. “L’age d’or” del 1930, ancora una volta generato da un’idea comune, verrà infatti portato a termine senza una fattiva collaborazione dell’artista catalano che troverà modo negli anni della sua fama di “Avida Dollars” di rinfacciare a Bunuel di aver stravolto i suoi intenti originari. Né sarà dato di rintracciare dei veri e propri fenomeni di emulazione o di raccolta del lascito “distruttivo”, anti-cinematografico del film nel bacino della cinematografia mondiale delle decadi a venire.
Ancora oggi insofferente a qualsiasi tentativo di equanime inquadramento entro il casellario dei “generi”, partorito per esplicita confessione degli autori da presupposti anti-artistici (istanze mutuate da quelle espresse negli anni ‘10 nei tumulti dadaisti), “Un cane Andaluso” irrompeva allo scadere del primo ventennio del secolo a scandire con tragicomica virulenza lo “stallo metamorfico” di un clima culturale che sullo scacchiere internazionale trovava il suo “requiem” più appariscente nel crollo di “Wall Street” e nell’affermarsi in Russia del regime stalinista.






