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Tuesday, October 31, 2017

Cloverfield - Rigurgiti iconogastrici

CLOVERFIELD

RIGURGITI ICONOGASTRICI

recensione di Alessandro Fantini 

 

   


    Fedele ai dogmi del “meticciato” linguistico applicati nel rodatissimo e altrettanto logoro "Lost" (survival-tv movie di matrice seriale che deve gran parte del proprio successo all’astuto abbattimento dei confini tra cinema, docu-fiction e reality),  questo “Cloverfield”, ennesima "creatura" cinematografica del produttore J.J.Abrams diretta da Matt Reeves, mira tuttavia a compiere il percorso inverso attingendo stavolta dal lessico di quel vernacolo mediatico che negli ultimi quindici anni ha metabolizzato il codice espressivo del reportage televisivo nella "liofilizzazione" amatoriale dei video girati da camcorder e telefonini "sversati" sulla rete, per trasferirne il prodotto finale sul grande schermo ingigantito ed esasperato dai “mirabilia” degli effetti speciali. Non solo negli interminabili ed angosciosi piani sequenza peristaltici della televisione post "11 settembre" va ricercato l'elemento di maggior seduzione del progetto, quanto piuttosto nell'astuzia citazionistica, già ricodificata dal “bullet time” di “Matrix” e dilapidata nella penosa conversione cinematografica dello sparatutto in prima persona di “Doom”, di quelle nuove modalità di fruizione interattiva di cui la dimensione videoludica deflagrata con la pandemia delle consoles ha testimoniato l'ineludibile fascinazione.
 Ecco quindi che i riferimenti apparenti allo stentato “Blair Witch Project” di Myrick e Sanchez appaiono pretestuosi e surrettizi nella misura in cui la parentela putativa di Cloverfield si limita al recupero dell'espediente narrativo del casuale recupero dei videotapes degli scomparsi (deformazione stilistica sopravvissuta fino ai nostri giorni con la serie “REC” e il più recente “VHS”), e sulla ripresa su larga scala del viral maketing inoculato via web che all'epoca ne aveva amplificato immeritatamente le proprietà rivoluzionarie nell'assegnazione del principio di realtà a materiali grezzamente fittizi (strategia di depistaggio testata sin dai tempi di “The Texas Chainsaw Massacre” del 1974, opera low-budget spacciata per ricostruzione documentaria di efferati delitti realmente accaduti, sebbene in verità liberamente ispirata alle gesta necrofiliche di Ed Gein).
Più stimolante e provocatorio sarebbe invece l'accostamento con gli esiti radicalmente opposti del "perpetuo maremoto" ottenuto dalla tecnica della camera in spalla portata al suo acme ne "Le Onde del Destino" di Lars Von Trier.
Poco o nulla c'importa del mastodontico umanoide rettiliforme e anfibio che, senza alcun evidente motivo, scatena la sua furia da elefante impazzito tra i pinnacoli di vetro e cemento di una Manhattan notturna fotografata come la città morta di un incubo al neon. Né tanto meno c'interessa parteggiare o partecipare del terrore simulato con approssimazione da situation comedy che muove l'erratica fuga dei ragazzi “demi-monde” che, fin dal risibile pseudo-reality dei venti minuti introduttivi, sfilano davanti all'operatore professionalmente incompetente senza conferire alcun guizzo di personalità ad un'irritante bidimensionalità che li renderà simpatici solo al momento di essere spazzati via dal cataclisma liberatorio che investe la città. Quel che decuplica e confonde le reazioni dello spettatore, continuamente oblique tra nausea, vomito, noia, tensione, perplessità, apprensione, curiosità infantile, è piuttosto la maniacale opera di celebrazione del pretesto visivo che sposta sistematicamente il fuoco della persuasione dal campo della verosimiglianza dei personaggi e della trama, a quella della grammatica estetica spinta a vertici mai raggiunti fino ad allora dal medium audiovisivo.


Basteranno difatti la defezione assoluta del commento musicale a favore di una raggelante sinfonia di urla, sibili e suoni ambientali che contribuisce all'immersività soggettivizzante della visione (proprio come accade in videogiochi quali "Silent Hill 2", "Doom 3" e soprattutto “Amnesia: The Dark Descent”), spiazzando il cinefilo abituato ad accettare l'astrazione di quel coefficiente espressivo di carattere extradiegetico che per convenzione conferirebbe all'opera la sua rassicurante omogeneità artistica; la soluzione tanto ingenua quanto riuscita di ricorrere ad un “flash back” intenzionalmente involontario presentando l'intero filmato come il risultato di un maldestro montaggio in camera compiuto sovrascrivendo per errore un nastro sul quale la coppia di amanti aveva filmato una giornata di melense idillio amoroso (nei cui fotogrammi superstiti si annidano dei “clues", indizi criptati che alludono alle origini della creatura come in un gioco d'avventura); la destrezza del reparto addetto al CGI che fa dell'audace smania di fotorealismo la struttura portante dell'intero progetto, misurandosi con i ripetuti fuori fuoco del settaggio automatico della telecamera modello consumer ad alta definizione che imprime un drammatico tono da reportage di guerra alle prime esplosioni che squarciano la “skyline” di Manhattan e al lancio della testa della Statua della Libertà rotolante tra le macchine parcheggiate in strada (citazione stucchevole ma visivamente efficace dalla locandina del carpenteriano “1997: Fuga da New York”).
Basteranno tutti questi minuziosi congegni stilistici dissimulati (e dissimulanti) sparsi lungo i settanta minuti del lungometraggio, a rendere trascurabile l'ennesimo trafugamento di quegli stilemi archetipizzati dalle saghe di “Alien”, “Predator”, dei disaster movies come “Trappola di cristallo”, “Deep Impact”, “The Day After Tomorrow” e da quella imprescindibile di “Godzilla” della quale si propone di essere il contraltare mitologico in chiave americana.
Sebbene non si tratti dello spazio siderale in cui fluttua la Nostromo di Ripley, ma della più “iconografizzata” metropoli del pianeta, anche in questo caso nessuno potrà “sentirvi urlare”. Specie se per pochi istanti condividerete la visita alle fauci del ciclopico intruso prima che quest'ultimo sputi videocamera ed operatore in un impulso di geniale deiezione mediatica. Forse la più efficace allegoria di un'epoca che ingoia e vomita le immagini ancor prima di digerirle, trattenendo solo quel tanto necessario ad alimentare il diafano terrore che per loro natura i mass media continueranno a inoculare nell'immaginario collettivo.

Tuesday, December 27, 2016

New York, a venture


Articolo pubblicato sul Cinecorriere del 7/1/2015

“NEW YORK, a venture”, il nuovo film di Alessandro Fantini girato a Manhattan


L’artista abruzzese Alessandro Fantini torna a parlarci delle sue avventure cinematografiche vissute nell’isola insonne più celebre d’America, anzi di una “venture” misteriosa che porterà i protagonisti del suo nuovo film a ritrovare i frammenti perduti delle propria infanzia tra le fiamme di una Visione sospesa tra Storia e Immaginazione.


“In un minuto di New York/tutto può cambiare, In un minuto di New York/Le cose possono diventare piuttosto strane”.



Il refrain tratto dalla canzone di Don Henley potrebbe essere il perfetto “logline”, ossia il sunto promozionale della trama di “New York, a venture”, film girato a Manhattan la scorsa estate risalendo le correnti di quel Tempo Interiore che irrora le arterie ortogonali dell’isola insonne più famosa d’America. Un Tempo ondivago e frenetico che avevo cominciato a navigare nell’Autunno del 2013 durante il mio primo soggiorno tra l’Hudson e l’East River, fendendo le strade affollate con la mia videoreflex brandita come un sestante col quale decifrare la costellazione emotiva che mi avrebbe indicato la rotta verso la faglia mentale dove la New York di superficie s’incunea nella sua controparte incorporea, sul cui fondo da decenni si ammassa l’humus della Storia e delle visioni che l’hanno alimentata. La New York dove l’architettura neogotica della Trinity Church di Saint Patrick e quella dei grattacieli come il Woolworth Building e il General Electric Building fondono lo slancio del sacro e dell’ambizione secolare nella vertigine dell’assalto al cielo, mentre la rinnovata linea ferroviaria della High Line serpeggia sopra le strade trapassando i palazzi fino al Lower West Side, a sfidare con le sue aiuole pensili l’aridità del cemento e del traffico sottostante, dove uomini in doppiopetto ballano scalzi e i predicatori in giubbotti frusti si fermano ai bordi dei marciapiedi inveendo contro le malefiche lusinghe del capitalismo.

 È proprio tra le varie scoperte ed incontri collezionati nelle mie febbrili ricognizioni da Battery Park ad Harlem, dal Theatre District a Midtown, confluiti in corso d’opera nel documentario “Bryant’s ode” sottoforma di un anti-racconto per immagini, musica e versi, che qualche mese dopo avrei compreso come dietro la loro apparenza si annidasse il seme di una vera e propria storia che attendeva solo di trovare i suoi protagonisti per essere narrata sullo sfondo di quegli stessi scenari. Uno dei versi del poema, scritto per fare da contrappunto verbale alla prosa visiva del documentario, commentava infatti la Fontana della Pace realizzata dallo scultore Greg Wyatt per il Childrens Scultpure Garden, un piccolo parco dalle reminiscenze edeniche collocato sul lato sud di Saint John the Divine, la  cattedrale gotica più grande del mondo, nel quartiere di Morningside Heights, raggiunto al tramonto dopo aver percorso a piedi tutta l’Ottava strada dal West Village fino a Central Park North. 

 

Quell’impasto di fiabesco e grottesco, solidificato nella spirale cromosomica sovrastata da un sole e una luna sorridenti sotto l’arcangelo vittorioso su un Lucifero ridotto ad una testa spenzolante, divenne subito ai miei occhi la trasposizione simbolica di quell’avvicendamento ciclico tra la componente diabolica ed angelica, dionisiaca ed apollinea, che vivifica l’anima irrazionale di New York. Fermo nel mio proposito di ritrovare tutte le concatenazioni di senso tra il mio viaggio personale e il potenziale cinematico della Fontana, come nel gioco della “Caccia all’Immagine Nascosta”, si trattava adesso di riportare a galla la “fabula” celata sotto quel formicolante composto di simboli, suoni, ombre, odori e stati mentali fomentati dalla loro continua ricombinazione. Le ricerche compiute nei mesi seguenti sulla storia della Cattedrale e la genesi della scultura non fecero che confermare le mie intuizioni. Come se stessi leggendo in una griglia di Cardano applicata sulla pagina di un antico libro cifrato, venni a conoscenza delle processioni degli animali tenute nella cattedrale, delle colonne apocalittiche del Portale del Paradiso, dell’incendio che danneggiò il transetto nord della cattedrale il 18 Dicembre del 2001.  Fu così che, per effetto retroattivo, tutti i tasselli che avevo disposto alla rinfusa davanti a me si ricomposero in una visione cinematografica compiuta, permettendomi di trovare un legame narrativo tra un oggetto innocuo, lo zucchetto bianco con il simbolo del pesce blu, e le fiamme intese come distruzione, purificazione e rigenerazione della vita. Una volta stesa la sceneggiatura, disegnati gli storyboard sulla base dei video e delle foto scattate quell’autunno, composte le prime musiche ispirate alle sonorità gothic-industrial di organi, xilofoni, cimbali, ingranaggi e gong, il casting ha rappresentato l’ultima e più rapida fase, seguendo il rigoroso criterio che tutti gli attori e le comparse fossero newyorkesi o perlomeno residenti a Manhattan.




“Nel vortice del Tempo/Le torsioni del Fato/ Sono spirali giocose di un serpente giallo”. Incluso nel montaggio di “Bryant’s ode”, il verso ricompare in una delle strofe della raccolta “Flames of Vision” recitate da Amy Bolnes, la protagonista del film interpretata dall’americana Kyrie Vickers, fornendo un faro sonoro ad Adam Clairfield, alias Craig Williams, piombato in una cecità improvvisa dopo essere stato colpito accidentalmente alla testa nello Zoo di Central Park. Tuttavia, laddove nel documentario descriveva il raccordo pindarico tra il serpente che si avvolge sulle spalle dei turisti sul ponte di Brooklyn e il piano sequenza circolare intorno alla statua di Fiorello La Guardia, nel film dispiega un più ampio ventaglio di significati, riferendosi in senso figurale sia all’elica del DNA che riassume l’evoluzione della vita sulla terra nella Fontana della Pace, sia a quel rovesciamento che ha sconvolto le vite dei due protagonisti. Quello stesso evento traumatico che più di dieci anni prima li ha allontanati dalla città della loro infanzia, tornerà a farli incontrare attraverso arcani ingranaggi mossi dagli animali rotanti dall’orologio musicale di George Delacorte, dalle immagini sonore stimolate dalle voci dei visitatori del parco, e infine dalla musica d’organo della cattedrale di Saint John. Perché la sinestesia, fenomeno psichico che porta a vedere i suoni e a sentire i colori di cui Adam scopre d’essere affetto fin dall’infanzia, può considerarsi il culmine magico dell’atto artistico. Grazie ad essa un’intera città può essere rivissuta come una sinfonia di colori nella memoria di un fuoco sacro, illuminando l’oscurità del quotidiano dove la gente s’illude di poter seguire la propria strada tenendo gli occhi aperti, ignari che, per usare le parole di Borges ad apertura del film “la cecità è una liberazione, una solitudine propizia alle invenzioni, una chiave e un’algebra”. Una chiave che sarà compito dello spettatore ritrovare al termine del film, dopo aver chiuso gli occhi per riaprire le stanze, buie ma ancora autentiche, dell’infanzia dei propri sensi.


 New York, a venture (2014)


Durata: 38 minuti  - Extended cut: 60 min.


Regia: Alessandro Fantini


Sceneggiatura, fotografia, montaggio, musica ed effetti speciali: Alessandro Fantini


Assistente alle riprese: Lincoln Athas


Amy Bolnes: Kyrie Vickers


Adam Clairfield: Craig Williams


La Signora di Central Park: Karen Goldfarb


Il Lunatico di Central Park: Henrik Kim-Rehr


Il primo runner: Vincenzo Fantasia


Il secondo runner: Said Raissi


Kevin Alcott: Alessandro Fantini


Pagina IMDB: http://www.imdb.com/title/tt4063364


Pagina FB: https://www.facebook.com/newyorkaventure