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Thursday, March 7, 2019

Testimonianze di un mito

In occasione del ventennale della morte di Stanley Kubrick, pubblico per la prima volta nella sua interezza l'articolo che scrissi per il quotidiano "Abruzzo Oggi" all'indomani del mio incontro con la consorte Christiane e il cognato produttore Jan Harlan, avvenuto nella cornice della mostra convegno sul cineasta newyorkese tenuta a Pescara tra il settembre e l'ottobre 2005. 



L’occasione è quanto mai solenne e irripetibile. Da tempo saturata dalle ricorrenze michettiane, tostiane e dannunziane, Pescara ospita per la prima volta un evento artistico e commemorativo di spessore internazionale che va ben oltre il semplice allestimento di cimeli, proiezioni e gadgets di scena.  

Christiane Kubrick, Jan Harlan, Emilio d’Alessandro, coloro che più di ogni altro al mondo sono stati per vari decenni compagni di vita, consulenti, assistenti del più autorevole e imprescindibile demiurgo della settima arte, al secolo Stanley Kubrick, morto nel marzo del 1999, hanno offerto il loro prezioso contributo in termini di affabilità e di magnanimità concedendosi alle domande degli ammiratori e dei promotori della rassegna, i rappresentanti dell’associazione kubrickiana “Overlook” di Pescara. Il convegno tenuto lunedì sera nell’auditorium Petruzzi del Museo delle Genti d’Abruzzo ha chiuso in crescendo il ciclo degli incontri inaugurato sabato sera con la testimonianza resa da Emilio d’Alessandro, l’autista nativo di Cassino che nel 1970 divenne casualmente il “factotum” del regista dopo aver trasportato la gigantesca scultura fallica usata nella scenografia di “Arancia Meccanica”. 

 

Alessandro Fantini consegna il suo ritratto di Stanley Kubrick a Christiane.

 

“Avrei dovuto guidare la sua macchina” racconta d’Alessandro “una bellissima Mercedes bianca. Auto così ne avevo viste solo al cinema e rimasi impressionato tanto era lussuosa. Ho notato, però, che non era decapottabile, e gli ho chiesto il perché. Mi rispose che aveva un incubo ricorrente: avere un incidente, con la macchina che si ribaltava e lui che moriva per colpa della mancanza della capote!". Fobie a parte, nel corso degli anni il progressivo diradarsi delle sue apparizioni pubbliche e delle sue interviste ha offerto il fianco alle più bislacche e a volta ingiuriose congetture sulle sue manie ed i suoi empiti di megalomania, tanto che la moglie Christiane ha deciso di affrontare questa nuova fase della sua esistenza con l’intento di farsi portavoce della vera natura umana del marito. “Non mi piace quello che è stato scritto su mio marito” afferma Cristiane durante la conferenza di lunedì sera tenuta insieme al fratello Jan Harlan, cognato e produttore esecutivo del marito nonché regista di “Life in Pictures”, struggente documentario sulla vita e l’opera di Kubrick “Non ritengo del tutto veritiera la biografia di John Baxter, né quello che ha scritto Frederic Raphael (co-sceneggiatore di “Eyes Wide Shut” che ha pubblicato un resoconto del suo rapporto di lavoro col regista senza il beneplacito della famiglia n.d.r.). Apprezzo il libro di Michel Ciment, ma devo dire che mi è piaciuto molto anche Michael Herr (co-sceneggiatore di “Full Metal Jacket” n.d.r.)”. 

 Che parlare della sfera privata e dei segreti alchemici che si celano dietro i suoi capolavori sia comunque impresa ardua quando si tratta di un maestro del calibro di Kubrick, sta a dimostrarlo anche la discrezione e la dignitosa fermezza con la quale Christiane glissa alcune domande pruriginose. A chi dal pubblico le chiede se nei suoi film sia presente una tematica costante che possa far pensare ad una sublimazione del suo rapporto conflittuale col padre e se egli seguisse un criterio numerologico o cabalistico, Christiane risponde forbita che non le basterebbe una vita intera per spiegare se il marito intendesse esprimere questo concetto o quant’altro con i suoi film. E a chi, con tono un po’ naif, si sbilancia a chiedere se Kubrick credesse in Dio o temesse la morte, Christiane non esita a rispondere che “2001: Odissea nello spazio” contiene già in sé la risposta a tutti questi interrogativi. Opera in seguito definita la prima “space-opera” ad aver precorso la fantascienza cinematografica attuale senza rispettare tuttavia quelli che ne sarebbero stati i canoni tradizionali, nelle parole dello stesso Kubrick doveva essere in realtà “un esperienza non verbale (..) un tentativo di comunicare con il subcosciente e con le sensazioni piuttosto che con l’intelletto”. L’incontro con i Kubrick non fa altro che ribadire in maniera ancora più stimolante questo assunto di fondo: la potenza stessa delle immagini orchestrate da Kubrick sono tali da imporre il silenzio e la riverenza che si devono a quelle opere che traggono la loro ragion d’essere fuori dal tempo e dalla società in cui sono state concepite, fino ad acquisire l’universalità sovrumana di una scultura del Bernini o di Michelangelo. Ma non sempre i progetti del regista sono andati in porto. Jan Harlan racconta che Kubrick aveva già preparato tutto il materiale necessario per girare il suo Napoleone in Romania nel 1968, poco dopo la lavorazione di 2001, e che credeva fermamente nella sua validità artistica, salvo poi dover tornare sui propri passi per il brusco dietro-front della MGM che era rimasta atterrita dal fiasco ai botteghini del film “Waterloo” di Sergej Fëdorovič Bondarčuk. 

Legato a doppio filo al proprio entourage familiare, in senso professionale e affettivo, spesso Kubrick attingeva al loro supporto per decidere ad esempio le musiche da inserire nelle colonne sonore. Christiane, da quarant’anni pittrice affermata, rivela che era sua abitudine dipingere ascoltando la radio e che per puro caso rimase a tal punto affascinata dai cori cosmici e oscuri di Gyorgy Ligeti, da decidere di acquistarne la cassetta che finì così con l’attrarre l’attenzione del marito che la usò brillantemente nelle sequenze di 2001. Lo stesso figlio di Jan e nipote di Christiane, Manuel Harlan, avrebbe poi interpretato al piano la famosa “Musica ricercata II” di Ligeti in “Eyes Wide Shut”.
Come quella di Napoleone, la storia prometeica di Kubrick nasconde in controluce quella un essere umano pervaso dagli stessi dubbi e dagli stessi desideri che attanagliano da secoli l’intera umanità, impressi nel marmo perenne nella propria opera, artistica o esistenziale essa sia.
La rassegna, nelle cui sale espositive espone alcuni evocativi costumi di scena come la cappa di Tom Cruise e la giacca rossa di Jack Nicholson oltre agli inestimabili appunti di scena vergati dalla mano del regista, proseguirà questa sera con le proiezioni nell’auditorium del film “Shining” alle ore 21:30 e del “Making of Shining” alle 23:30 girato dalla figlia Vivian Kubrick.

Alessandro Fantini, 11 ottobre 2005

Monday, January 15, 2018

AFAN 25


      

Il 2018 coincide con il 25esimo anniversario della mia produzione pittorica, iniziata  durante la terza media dipingendo da autodidatta i miei primi quadri a tempera e proseguita senza interruzione fino ad oggi con la tecnica dell'olio su tela. Sarà auspicabilmente anche l'anno che vedrà l'allestimento di un'ampia  retrospettiva che ripercorra in chiave tematica e cronologica questo primo quarto di secolo di oleose visioni multimedianiche.

Sunday, December 11, 2016

ENDOMETRIA - Il seme della carne

Oltre ad essere il mese in cui terminai di scriverlo, Dicembre è anche il periodo atmosfericamente più propizio ad una prima incursione (o ad un ritorno, per chi lesse la prima versione presentata al Salone del Libro di Torino) nel regno metamorfico del mio primo romanzo fantasy "Endometria", naturale estensione del racconto "Il Velo della notte" incluso nell'omonima raccolta della collana "Fantagraphia" curata da Anna Maria Fabiano, compagna di viaggio scomparsa due anni fa della quale riporto un estratto dell'acuta e sentita prefazione scritta per la prima edizione:

"Uno strano senso d’inquietudine pervade le pagine di questo straordinario romanzo, che si pone come continuazione del racconto Il velo della notte, contenuto nell’omonima raccolta della collana Fantagraphia. Le chiavi di lettura sono, a mio avviso, infinite, e questo è dovuto sia alla Summa culturale dell’autore, che vive e si nutre d’arte e di letteratura intesa nelle sue varie forme, sia a uno stile che, elegante e oltremodo carico di senso, non rinuncia a creare piccole ma ricorrenti oasi di lirismo nostalgico e paesaggistico, dove si specchiano le illusioni, i sogni, le ossessioni, le attese di ogni anima in crescita. Lo si potrebbe considerare come il passaggio dall'età delle illusioni infantili a quello delle illusioni erotiche ed esistenziali dell'adolescenza, come afferma l’autore. Oppure una sorta di delirio onirico fatto di ossessioni ricorrenti, le proprie ma anche quelle di tutti, perché, coscientemente o meno, siamo tutti dilaniati dai morsi della Conoscenza, della Domanda, della Ricerca, del Viaggio o dell’Eterno Ritorno. Oppure come un ennesimo riscatto compiuto in nome dell’amore, attraverso la sua stessa distruzione. Ossessioni che si fanno sensata insensatezza, dal momento che sottraggono particelle alla propria essenza e le coniugano al riscatto creato da un ordine finale che si pone all’estremo del caos. C’è ancora un’allusione velata e oltremodo inquietante, a mio avviso, legata al Titolo, Endometria, Il seme della carne, che rimanda al rapporto stretto e quasi morboso tra l’uomo e il grembo materno dalla cui profondità proviene e al quale vorrebbe ricongiungersi, profondità colta nell’attimo stesso in cui il protagonista, all’atto di intraprendere il suo viaggio, sprofonda nel sottosuolo".

 
 
 
 
 
"Endometria - Il seme della Carne" viene riproposto dopo cinque anni dalla sua prima edizione in questa seconda versione in formato tascabile e ebook con una nuova veste grafica, una nuova impaginazione delle illustrazioni, una ricca appendice contenente il racconto "Il Velo della Notte", l'antefatto alle vicende narrate nel romanzo, e una raccolta di testi critici scritti dallo stesso autore in occasione delle presentazioni tenute alla Fiera del Libro di Torino.
Dimenticati gli anni di prigionia del Velo della Notte, Edel ed Arnel regnano adesso su una nuova marca, lontano dalle guerre intestine che affliggono Lantaria. Ma alla radice del loro amore pulsa da tempo l'epicentro del caos che sta per abbattersi sull'intero continente. Da dove proviene il seme nascosto nel becco dell’uccello franofelo? Chi sono i seguaci dell'Antico Sussurro? Perché i monaci di Garras hanno abbandonato il loro monastero per riempire di cattedrali la città di Antalide? L'antica stirpe degli Aledani si è davvero estinta insieme al loro oscuro potere? Spetterà ad Arnel vivere nella carne gli uragani della memoria in cui attende di scatenarsi il mistero dei figli di Eulatma.
Alessandro Fantini, già attivo da anni come pittore, regista e compositore, qui alla sua prima prova in qualità di romanziere "parassitario" del genere "fantasy", tiene fede ai postulati irrazionali del suo "agire multimedianico" imbastendo una delirante partitura di archetipi visivi e di ipertrofie linguistiche che contaminano fino a stravolgerle le prevedibili fisiologie della narrazione di genere. Su Endometria la necrosi degli stereotipi, l'osmosi tra materia inerte e materia senziente, la prosa che si trasmuta in poesia, il suono che si rapprende nella visione pura, il caos che cova i germi di un ordine inconoscibile, descrivono solo il primo atto di una parata allucinatoria governata dall'interscambiabilità della vita e della morte. Sin dal turbinoso prologo in cui la marca di Edelia implode in un profluvio di sinestesie geologico-spirituali, appare evidente l'intento di convogliare tra le anse dell'ambientazione fantastica di ascendenza “herbertiano-tolkieniana” le iperboli metaletterarie dei processi alchemici e delle progressioni esoteriche che vedono nella brutale imprevedibilità delle catastrofi l'innesco di un lungo e arcano viaggio verso la riscoperta dell'emotività della materia. Un percorso che non condurrà alla conquista di un Eldorado dell'anima o della Pietra filosofale delle passioni, quanto all'evocazione di uno stadio conoscitivo ultimo che non annovera nelle sue fasi intermedie le asserzioni e i dogmi dei culti rivelati. L'autore dissemina la vicenda ancillare di Edel ed Arnel (ignari dei segreti millenari delle loro dinastie, divisi con violenza da una diversa e, ai loro occhi, inesplicabile costituzione della materia) di una messe di pittogrammi che non svolgono la mera funzione di allegorie personali ma che intendono farsi cellule in divenire di una biologia letteraria dove la funzione comunicativa delle parole collassa sul bianco della pagina per tramutarle nei villi intestinali di un immaginario tanto universale quanto più individuale.
Perché per ciascun lettore, come scrive Fantini nella sua post-fazione, il fenomeno del narrare non può che essere un “esoterico invito al sogno lucido”.