
E alla fine anche il tanto vituperato quanto remunerativo cinefumetto è
riuscito a domare il grande felide della laguna. Armato della sua
disperata sirena ridanciana, il Joker di Phoenix pietrifica e ammalia il
pubblico di Venezia paludando le sue radici fumettistiche con gli
stilemi di uno psichotriller scorsesiano. Motivo per il quale non
andrebbe definito un cinecomic "strictu sensu", ma un "character study"
che seduce la critica e convince la giuria a premiarlo in larga parte
in virtù del virtuosismo attoriale col quale Phoenix (svincolandosi dai
limiti del medium cinematografico) lo eleva a saggio umanistico. E
questo nonostante l'ultimo Joker filologicamente attendibile e fedele al
personaggio creato da Kane, Finger e Robinson resti quello di Ledger:
privato della sua nemesi speculare (Batman) e calato in una cinica
quotidianità alla "Taxi Driver" la vicenda umana del Joker appare
infatti svuotata della carica istrionicamente irrazionale e nichilista
che lo ha reso il più enigmatico e complesso tra tutti i villain
fumettistici. Al netto del meritato premio alla performance di Phoenix,
vanno quindi comprese le ragioni di chi biasima il fatto che un film su
un comico fallito convertitosi al crimine per colpa di una società
anempatica, venga fatto passare per un'opera sulle origini del nemico
del cavaliere oscuro (che nemmeno il capolavoro di Alan Moore "The
Killing joke" a cui il film si ispira aveva in realtà chiarito in
maniera definitiva). Ciononostante, essendo una sorta di moderna
maschera teatrale, quella di Joker è per sua natura predestinata a
questa come ad altre molteplici riletture
artistico-antropologiche.Perchè forse mai come oggi il suo sorriso
deforme fa da specchio al rictus rancoroso di tempi grondanti cieca e
tragicomica rabbia.
AFAN Alessandro Fantini (09/09/2019
Il Leone d’oro assegnato a “The Shape of Water” di Guillermo Del Toro non
è solo un tardivo quanto doveroso riconoscimento critico ad un cinema
“fantastico”, non di rado derubricato a genere d’evasione, che negli
anni l’”ingombrante” messicano (insieme ad altri alchimisti della
concreta irrazionalità come Jodorowsky e Alex de la Iglesia) ha fatto
risplendere di luce propria con affilate gemme di realismo magico come
“La spina del diavolo” e “Il labirinto del fauno”, in grado
di raccontare e dare corpo ai crudeli paradossi della guerra e
dell’oppressione politico-culturale quanto e meglio di un film storico o
un documentario. È anche un’implicita reprimenda indirizzata ad un
cinema italiano che s’illude di poter svecchiarsi o acquistare un
respiro internazionale scritturando cast anglofoni o sfruttando location
estere, senza prima riuscire a prendere coscienza d’essere ancorato ad
una visione greve, autoconsolatoria e “domestica” del narrare per
immagini che poco o nulla dimostra d’aver conservato di quell’igienica
sregolatezza che permetteva ad un Ferreri o ad un Fellini di restituire
gli incubi della loro epoca nella fiabesca mostruosità della settima
arte. Cinema che, Melies c’insegna, proprio dalla placenta del genere
fantastico trasse il suo primo nutrimento, rimanendo ancor oggi il più
potente medium artificiale del sogno lucido collettivo.