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Thursday, October 1, 2020

AFANzine - Caravaggio

 AFANzine

 Caravaggio 

All'ombra della Verità radiante

 

All'ombra della Verità radiante

 In questa puntata AFAn propone un compendio della vita e delle opere di Caravaggio, pittore che vide la Grazia nella cruenta Verità della carne e sperò di riceverla dal papa mentre, cercando di sfuggire alla morte, le andava incontro su una spiaggia deserta, ponendo fine alla sua vicenda terrena e dando inizio a quella dell'arte moderna.



Wednesday, September 9, 2020

Ognissanti nella vite di Longino

OGNISSANTI NELLA VITE DI LONGINO

Appunti per un’autobiografia



Sono nato di mercoledì, sette giorni dopo Ognissanti, il giorno in cui nacque mia nonna, battezzata per questo col nome di Santa. Benchè fosse la prima della classe, i genitori non le fecero proseguire la scuola. In quel remoto mondo rurale che era l’Abruzzo degli anni venti, vigeva ancora il pregiudizio per cui le donne non fossero tagliate per lo studio. I miei pensano che abbia ereditato da lei la passione precoce per la lettura e la scrittura. Dovrebbe essere solo un caso invece che mi sia stato dato il nome di un ciclista, morto diciasette anni prima a Trier per una caduta al giro di Germania. Preferisco da sempre la bici alla macchina, ma finora sono caduto solo una volta con la moto, un pomeriggio di sedici anni fa, dopo che ad un bivio un’autista mi tagliò la strada e se ne andò senza soccorrermi. Che sia sopravvissuto è forse indice di una mia sovrumana resistenza all’indifferenza umana. Tra i miei primi ricordi spicca un pupazzo meccanico di Topolino che nuota in cerchio in una bacinella d’acqua. Per qualche tempo lo cercai in soffitta senza trovarne traccia. Mi convinsi che appartenesse alla schiera delle false memorie. Poi un giorno mio nonno mi raccontò d’averlo comprato in Inghilterra quando avevo poco più di un anno. Ma di quella volta che un cane inferocito mi rincorse fin dentro un vigneto, per molti anni sulla pelle portai ben visibili le stimmate. A bloccare la mia fuga fu una delle corde di ferro tese tra i pali della vite. Come la lancia di Longino, mi marchiò il torace con una piaga obliqua, facendomi stramazzare a terra. Spaventato dal mio urlo strozzato, il cane fuggì a sua volta dileguandosi nelle campagne. Se mi guardo allo specchio riesco ancora a scorgere un tratteggio rosato che corre sulle costole. Forse tutto questo non ha nulla a che fare col fatto che sia nato nel mese dei morti col nome di un morto “eccellente”. Non quanto ce l’abbia il fatto chestia ancora qui a scrivere, dipingere e fantasticare della mia e di altre vite per ingannare l’avanzata dell’amnesia di massa, la più terminale delle morti.


 

Friday, May 15, 2020

Penso ad Ezio e...

Penso ad Ezio e non posso fare a meno d'immaginare un titano che con quieto furore condivideva la solitudine della sua malattia, facendo risuonare le note delle catene invisibili che lo tenevano avvinto, più di noi sedicenti sani, alla dolceamara gravità della condizione umana.
Penso ad Ezio, che molti hanno scoperto solo quattro anni fa in televisione ma che per una vita ha suonato e composto nel silenzio mediatico, e non posso fare a meno di pensare a tutta la vanità malarica di cui straborda la rete dove frotte di artisti e iper-presenzialisti si affannano a ricordare agli altri d'esistere strimpellando, cantando, urlando, berciando e denunciando complotti.
Penso ad Ezio e alla sua forza di comunicare attraverso la musica tutto ciò che di essenziale sfugge alle parole, e tutto ciò che di vitale sfugge all'ascolto grazie all'esempio della sua indomita accettazione del male, e non posso fare a meno di ricordare quanti negli anni mi hanno contattato e ringraziato per le mie opere senza avermi mai conosciuto, mentre alcuni che mi conoscono di persona sono arrivati a fingere di non vedermi, forse per il fatto d'essere abituato ad esprimermi con note più alte di quelle usate dal mormorio di fondo che non fa volume e non smuove le acque reflue in cui galleggiano.
Penso ad Ezio, e a tutti gli artisti, da Tony Allen a Christophe, da Florian Schneider a Little Richards, da Sepulveda a Juan Jimenez che ci hanno lasciato in questi due mesi, e non posso fare a meno di ringraziarli per averci donato l'antivirale più immortale di tutti che per fortuna non bisognerà sperimentare in laboratorio prima d'essere distribuito su scala mondiale.
Penso ad Ezio, e so che anche il dolore più indescrivibile ha una sua partitura capace di rendere più luminosi i tasti neri dell'esistenza.




Thursday, May 2, 2019

Leonardo ovvero la più acida delle sequenze


Per quanto trovi ingeneroso stabilire delle gerarchie in ambito artistico, non esiterei a mettere al vertice del mio "pantheon” l’intero scibile umano e artistico di Leonardo da Vinci.

 Indelebile è il ricordo di quell'enorme volume dedicato alla sua opera ricevuto in un Natale dell'86, custodito ancora gelosamente tra le miriadi di monografie della mia libreria. A impressionarmi subito non furono tanto i dipinti, i disegni o i codici fittamente vergati con la grafia speculare, ma lo sforzo sovrumano, in larga parte disatteso, che Leonardo aveva compiuto lungo tutto l’arco della sua vita nel tracciare una sua intima cosmogonia che lo stato di abbozzo di molte delle sue visioni più ambiziose rendeva ancora più eroico e romantico. 

 

In seguito, fui affascinato da come quel senso di sublime incompiutezza, che trovava una mirabile rappresentazione nell’uso del chiaroscuro, affondasse le radici nel vissuto autobiografico, riverberandosi nell’enigma che circondava la sua identità sessuale. Fu soprattutto nei capricci morfologici dei suoi disegni di tempeste, sezioni anatomiche, battaglie e caricature che individuai il germe di quella che sarebbe diventata la mia passione per le fantasticherie grafiche e le invenzioni visive così familiari anche alla pittura di Hieronymus Bosch, Pieter Bruegel e William Kurelek. Nello stesso periodo ritrovai quell’arguzia calligrafica e maestria coloristica nelle illustrazioni impregnate di realismo fiabesco dedicate alla vita degli Gnomi dell’olandese Rien Poortvliet, artista che andrebbe annoverato tra i più grandi figurativi del ventesimo secolo. Fu lungo questo sentiero che raggiunsi infine il regno di feticci freudiani, iperrealismo delirante e compressioni atmosferiche di Salvador Dalì, a sua volta galvanizzato da Leonardo e Bosch nella gestazione della sua cifra stilistica. Una catena desossiribonucleica di cui Leonardo resterà sempre la prima e più irreplicabile "sequenza".

Friday, November 3, 2017

Perchè scrivere ancora romanzi nel 2017?



 Perchè scrivere ancora romanzi nel 2017?



Perché scrivere un romanzo nel 2017?

In un’epoca di consumo compulsivo di frammenti di video e testi, forse quella del romanzo resta la forma espressiva, insieme ai serial tv, in grado di convincere una persona ad immergersi per più ore di fila in un flusso spaziotemporale di pura fantasia, invitandola a contribuire all‘evocazione di un mondo narrativo ed emotivo che non svilisca ma esalti la sua immaginazione e la sua sensibilità. Trovo che la sua articolata irrealtà sia un ottimo antidoto alla caotica pseudo-realtà della rete.

A cosa allude il titolo “Balia Bufera”?

Ancor prima di cominciare a scrivere avevo in mente un paio di titoli che alludevano alla neve, al tema della prima infanzia e alle tormente. Dopo aver scritto il primo capitolo e aver definito con esattezza l’intreccio, mi resi conto che la personificazione della Bufera assimilata ad una balia che nutre e protegge una nuova vita esplicava in due parole, in senso tanto metaforico quanto letterale, i concetti su cui ruotava l’intera vicenda.


Chi sono i protagonisti del romanzo?

La storia viene narrata in prima persona da Patrizio, ventenne insicuro cresciuto dagli zii materni dall’età di tre anni, quando la madre decise di rifarsi una famiglia all’estero, traumatizzata dalla fuga del padre avvenuta pochi mesi prima della sua nascita. Patrizio non ha mai creduto fino in fondo alla versione dello zio Leonida, a detta del quale il padre si era sottratto alle sue responsabilità di genitore, mentre la madre s’era già invaghita di un altro quand’era incinta. Privo di punti di riferimento e di veri amici, una volta diplomato Patrizio s’illude di poter cambiare vita iscrivendosi ad un corso di ingegneria informatica. Ma l’impossibilità di pagarsi gli studi lo spinge quasi per caso ad unirsi a Tonio e Fabiano, due giovani ladruncoli per i cui furti si presterà a fare da palo nella convinzione di racimolare i fondi necessari a finanziare il corso. Il brivido della vita criminale lo porterà tuttavia a perdere il contatto con la realtà. Così Patrizio prenderà coscienza della sua alienazione solo al momento di finire in carcere e in seguito in una casa famiglia isolata su un altipiano. Un luogo reso ancor più misterioso dalla vicinanza a Monte Crura, un borgo all’apparenza disabitato dove incontrerà una ragazza a sua volta confinata in una prigione fisica e mentale.

Si tratta di un thriller, un fantasy, o di una favola per adulti?

Non inizio mai a scrivere cercando di restare dentro il recinto di un genere o pensando all’età ideale dei lettori. Di solito pianifico un romanzo solo quando ho raccolto una serie di immagini e di idee dalla cui associazione sia possibile ricavare un’atmosfera e una tensione tali da tenermi incollato alla tastiera alla stessa maniera in cui sono convinto il lettore possa restare catturato dal libro finito.

Chi sono gli autori e i luoghi che hanno influenzato il romanzo?




Oltre ai ricordi d’infanzia dell’altipiano innevato di Quarto Santa Chiara in Abruzzo, le prime immagini che mi hanno spronato a scrivere “Balia Bufera” sono state le illustrazioni dell’olandese Rien Poortvliet, l’autore della celebre serie di libri sugli Gnomi. Ho sempre pensato che quelle visioni potessero esprimere una qualità drammatica e fatidica se calati in un contesto realistico e familiare come quello dell’inverno dell’appennino abruzzese, e ancor di più se sovrapposti alle suggestioni dei racconti di un autore gotico come Arthur Machen, il cui racconto “il popolo Bianco” ha rappresentato un importante fonte d’ispirazione per il romanzo.

La storia di Balia Bufera è limitata alla forma letteraria?

La storia di Patrizio, della casa famiglia di Santa Pelva, di Monte Crura e dei suoi enigmatici abitanti è l’estuario finale di un ampio numero di affluenti visivi e letterari, quindi non è affatto escluso che possa estendersi o proseguire in altri codici artistici, primo tra tutti quello cinematografico. In simultanea alla scrittura del romanzo ho infatti realizzato una sceneggiatura ideata in funzione delle locations di Pescostanzo e dell’altipiano di Quarto Santa Chiara, un metodo che mi ha permesso sia di consolidare il realismo del romanzo che di porre le basi per una seconda vita dell’opera. Che è poi uno dei significati nascosti nel titolo e nella trama del romanzo. Perché ad ognuno spetta una seconda opportunità dopo esser stati in balìa della bufera.


Friday, August 12, 2016

ORAZIONE FUNEBRE PER MIO FRATELLO



Testo dell'orazione funebre da me letta il 13 Luglio 2016 al termine delle esequie per mio fratello Nicola Fantini, morto la sera dell' 11 Luglio 2016.

Quand’ero bambino Nicolino rappresentava ai miei occhi una seconda figura paterna, il pilastro portante della famiglia insieme a mio nonno e mio padre. Mio nonno e i miei genitori potevano contare sempre su di lui nello svolgimento dei lavori di casa e nei campi. Per me e mio fratello Giampiero era un esempio ineguagliabile di onestà, dedizione e bontà d’animo. Non si risparmiava mai quando si trattava di rimboccarsi le maniche e risolvere grandi e piccoli problemi. Soffrì moltissimo quando mio nonno ci lasciò dopo lunghi patimenti, il 16 Luglio di 23 anni fa. Ha seguito sempre con orgoglio la mia attività artistica, prodigandosi spesso per aiutarmi nell’allestimento delle mie mostre di pittura. Trovò la sua realizzazione nella splendida famiglia che formò con Filomena, che con lui ha condiviso tutto fino alla fine, crescendo insieme Joseph con l’affetto e l’esempio unico di un padre che sapeva essere amico, confidente e guida morale, motivatore ironico e compagno di avventure. Tutti lo hanno stimato e amato, come la grande folla di parenti, colleghi e amici qui presente sta a dimostrare.

Per noi famigliari sarà impossibile dimenticare il giorno in cui scoprì di avere un adenocarcinoma polmonare. Il dottore che lo prese in cura dopo la prima diagnosi, mi disse che dovevamo smetterla di preoccuparci. Non dovevamo opporci ai cicli di chemio, che sapeva essere del tutto inutili e dannosi. Non dovevamo cercare altre cure. Non dovevamo rivolgerci ad altri oncologi. Saremmo stati felici solo quando se ne sarebbe andato. L’unica medicina è la morte, mi disse.
Ora purtroppo quella medicina ha sortito il suo effetto. Mio fratello ha infine trovato la cura che invano abbiamo cercato nel tentativo di contrastare l’avanzata del male e alleviare la sua agonia.
Purtroppo per il Male che affligge molti altri che vivranno forse più di lui, temo non esista alcuna medicina.
Questo Male incurabile ha molti nomi: si chiama cinismo, opportunismo, affarismo, menefreghismo, individualismo.
E’ quello che tuttora affligge quel dottore che mi disse che amava passeggiare nei cimiteri, divertendosi a contare i mesi che restavano ai pazienti che aveva in cura, somministrando sostanze tossiche a inconsapevoli condannati a morte in quello che è a tutti gli effetti un preobitorio.
E’ il Male di cui soffrono quegli oncologi che viaggiano su porsche cayenne, prendono la tintarella alle Seychelles e giocano a tennis tenendo conferenze sulla ricerca contro il cancro in giro per il mondo, intascando centinaia di euro solo per rivolgere uno sguardo annoiato al solito inconsapevole condannato a morte.
E’ il Male che tormenta quei chirurghi che amano andare in televisione a millantare i prodigi della videotoracoscopia e dell’immunoterapia ma poi non si scomodano nemmeno a farsi vedere dal vivo a consigliare una cura d’antibiotici per evitare una setticemia post-operatoria.
E’ il Male che corrode quei medici che definirono “un favore straodinario” l’assistenza a mio fratello agonizzante, che insieme a sua moglie affrontava in carrozzella ogni settimana estenuanti viaggi in treno tra Milano e Pescara con la forza della disperazione.
E’ il Male che consuma quell’infermiera che a mia madre ha rimproverato di aver portato in pronto soccorso mio fratello che fino all’ultimo ha cercato di evitare la morte per soffocamento.
Che Dio abbia pietà di tutti loro perchè sono malati senza data di termine e non sanno di esserlo.
Che Dio abbia pietà di coloro che ancora si ostinano a non vedere e non capire, o peggio, a fingere di non vedere nè capire che la Val di Sangro, dopo decenni di sviluppo e benessere, ha ricominciato a brulicare di morte come ai tempi delle paludi malariche.

Di mio fratello ora voglio ricordare quel giorno di Settembre di due anni fa, quando andammo in montagna e da lontano avvistammo per caso un branco di cervi in amore, restando a lungo in ascolto del loro bramito: spero che adesso stia scalando la vetta più alta e più luminosa di tutte, in ascolto di quel richiamo di vita, e dimentichi per sempre il mortifero e crudele ciarlìo dell’ipocrisia umana.
A Filomena e Joseph dico che la famiglia sarà ancor più unita e salda di prima, perchè non vi manchi mai il sostegno, il coraggio e la forza di progettare il futuro che Nicolino dentro di sè ha tenuto sempre accesa come una fiamma fino all’ultimo respiro.
Perchè in questi atroci mesi tutti insieme con lui abbiamo compreso che non ci sarà davvero alcuna Cura fin quando l’Essere umano non verrà considerato patrimonio dell’Umanità.

AFan Alessandro Fantini
13-7-2016

"ROMA ELECTRONICA" - La goccia, la musica e la morte

Alla fine degli anni '80, quando mio fratello Nicola di sera m'invitava ad accompagnarlo in errabondi viaggi in macchina, nello stereo girava sempre un nastro misterioso sul quale aveva trasferito le tracce di un lp comparso magicamente tra la nuova collezione di vinili di mio fratello Giampiero. "Ecco, arriva il pezzo della goccia!" mi sussurrava mio fratello con aria sardonica, alzando il volume e inondando la vettura di quel ticchettio echeggiante che sembrava provenire da una caverna scavata nell'Ayers Rock. Subito dopo una sensuale voce femminile scandiva parole incomprensibili, mentre sullo sfondo un bambino rideva e una creatura aliena gorgheggiava litanie ultraterrene. "Ma dimmi un pò..." ripeteva mio fratello ridacchiando, sostenendo che quelle fossero le prime parole prounciate dalla cantante che in seguito scoprii essere Laurie Anderson nel brano "Diva" composto da un famoso musicista francese https://youtu.be/mrb7x1nDxvw. "Questo è Jarre!" mi diceva quando il pezzo dopo 3 minuti trascolorava in un brano fantatribale. Presi così l'abitudine di trovare le scuse più improbabili per saltare in macchina con lui dopo cena, e ascoltare per intero quel nastro che traduceva in suoni pittorici i viaggi compiuti nell'esoterica semioscurità della strada. Due giorni prima che mio fratello morisse sono riuscito ad incontrare Jarre di persona, durante il soundcheck dell'unico concerto Italiano tenuto a Roma. Dopo averlo intervistato per il magazine OndaRock, sono finalmente riuscito a consegnargli l'artbook contenente alcuni dei miei dipinti ispirati dalla sua musica. Quando gli ho menzionato l'origine della mia passione per la sua musica e la malattia di mio fratello, Jarre si è rabbuiato in volto e mi ha chiesto qual era il suo nome. "Nicolino" ho risposto.